Certi posti in provincia di Verona a vedersi fanno male agli occhi, lì dove col sole a picco – in un mondo orizzontale che di alto ha solo i campanili – le risaie luccicano come lamiere. La memoria inevitabilmente ritorna a Silvana Mangano che nel film del 1949 Riso Amaro, diretto da Giuseppe De Santis, interpreta un'affascinante mondina. È quella la prima volta che il grande pubblico conosce la realtà di un mondo agricolo fatto d'acqua, terra e duro lavoro: gli elementi che racchiudono il segreto del riso. Le due specie principali di questo cereale sono l'Indica e la Japonica e da quest'ultima derivano le varietà tradizionalmente coltivate in Italia.
Il prodotto principe del Veronese è il Vialone Nano, unico tra i risi ad aver ottenuto nel 1996 il marchio igp, e la sua capitale è Isola della Scala, con 2000 ettari di terreno coltivato e molti produttori associati al Consorzio di tutela. Le coltivazioni non usano diserbanti: le erbe infestanti vengono distrutte per soffocamento, modificando il livello dell’acqua nella risaia, mentre rane e carpe si cibano dei parassiti. Il raccolto, asciugato all’aria calda e sbramato, viene posto nelle buse – buche ovoidali scavate in un blocco di marmo rosso di Verona – per poi poter essere abilmente pilato a mano attraverso setacci dal diametro di oltre un metro, in modo da eliminare scorie e impurità. Ciò che si ottiene è un riso dalle caratteristiche uniche, che rimane a chicchi legati ideali per i risotti. Risotti al vino rosso, per esempio: un famoso detto recita infatti che "se il riso nasce nell'acqua, vuole morire nel vino".
In principio fu il Recioto della Valpolicella: rosso, vellutato, dolce e caldo e poi fu l'Amarone, un vino nato dall'errore di Adelino Lucchese – cantiniere di villa Mosconi, oggi Bertani, ad Arbizzano di Negrar – che, dimenticando di travasare, spillò il vino amaro che sarebbe diventato tra i più famosi e ricercati del mondo. Correva l’anno 1938 e, ancor oggi, la cantina di Negrar conserva come un cimelio la più antica bottiglia di Amarone finora ritrovata. Fu solo alla fine degli anni ’50, prima con Alberto Bolla e poi con Bertani, che l’Amarone venne ufficialmente commercializzato, anche se la confusione fra il vino dolce e quello in versione secco rimarrà sino al 1990, quando venne rivisto e aggiornato il disciplinare di produzione. Il processo che dà luogo a questo vino è lungo e complesso: solo pochissime cantine ne mettono sul mercato delle bottiglie, dopo non meno di sei o sette anni d'invecchiamento. Perché l’Amarone, che non può assolutamente essere riprodotto fuori della zona vinicola, non è uno stile di vino, ma un vino di stile.
Testo di Carlo Galimberti – Pubblicato il 28 maggio 2010
Appuntamento con la tradizione tra i vicoli del centro di Sassari