Le Grand Paysage

Le cangianti rovine di una città verticale abitata dai Titani

"Avvicinatevi, vi prego, esaminate questo spettacolo che senza ombra di dubbio è una delle cose più belle, potenti e straordinarie di cui questo pianeta disponga. Sono pietre o sono nuvole? Sono vere oppure è un sogno?" fantastica Dino Buzzati, di certo non l’unico ad essersi innamorato delle Dolomiti e più in particolare delle Pale di San Martino e del Civetta. L’intreccio tra scienza e valori estetici e la riflessione sul tema del sublime furono del resto una costante nell’approccio dei primi stuodiosi, tra cui Von Humboldt, fratello del celebre statista, che le paragonò al paesaggio cui volge le spalle la Monna Lisa di Leonardo. Una fama cresciuta esponenzialmente anche grazie alle figure di leggendari esploratori, spesso anche ottimi scrittori, capaci di incoronare le Dolomiti a frontiera per eccellenza e test estremo dell’arte dell’arrampicata, a livello tecnico e di perfezione espressiva.

Palcoscenico di perfezione

I valori scenici che impressionarono poeti e artisti come Albrecht Dürer, espressi da questo singolare insieme di gruppi montuosi delle Alpi orientali suddiviso tra le province di Trento, Bolzano, Belluno, Pordenone e Udine, inquadrano il concetto di sublime in quattro categorie che, nel complesso, le definiscono come un unicum assoluto. La verticalità: superamento della semplice piramidalità a vantaggio di brusche irruzioni, vertiginose impennate perpendicolari ed eccezionali pareti verticali, come nel caso di Agner, Burèl, Tofane, Civetta, Sas Maor, Torre di Lagunaz e Marmolada. Varietà di forme in senso orizzontale e verticale, degna di uno scultore operante per sottrazione, così da liberare l’opera d’arte imprigionata nella roccia. La monumentalità, all’origine del paragone metaforico e figurativo, avanzato dai primi esploratori, tra le Dolomiti e “le rovine di una città abitata dai Titani”, e della definizione lecorbusiana di “costruzione più bella al mondo”. Infine, i contrasti cromatici, generati dalla convivenza tra pallidi picchi dolomitici, verdi valli e pendii popolati di scura roccia vulcanica: una tavolozza cui la luce attinge per creare sprazzi accesi di rosso e arancio all’alba e al tramonto – fenomeno noto come enrosadira –, accenti diafani e quell’aria irreale tipica del crepuscolo e delle notti di luna.

La chimica del sublime

A impressionare è però anche la grande varietà geologica espressa dai ‘monti pallidi’, battezzati dal naturalista francese Déodat de Dolomieu, cui si deve l’identificazione della dolomia, carbonato doppio di calcio e magnesio caratteristico della regione. Frane, valanghe, inondazioni e altri intensi processi dinamici hanno improntato la loro fisionomia, estesa dalle Dolomiti di Brenta al gruppo del Catinaccio e del Latemar, dalle Dolomiti di Sesto alle Pale di San Martino, dal massiccio della Marmolada al gruppo formato da Pelmo e Croda da Lago, per arrivare alle Dolomiti friulane: qui si esprime anche uno dei migliori esempi di conservazione dei sistemi di piattaforme carbonatiche del Mesozoico, con numerosi reperti fossili; qui, il processo di formazione delle rocce – litogenetico – e quello di formazione delle montagne – orogenetico – sono separati da qualcosa come 100-150 milioni di anni. L’opera iniziata in fondo al mare è tutt’ora in corso e il futuro potrebbe livellare gli zigomi di questi antiche e silenziose sovrane regalando loro un’aria più dolce.

Testo di Laura Guerra – Pubblicato il 2 gennaio 2012

Crediti fotografici con licenza CC: Giampaolo.Trapasso, Logudro, Lore.trango, Metforall, Vincenzo Gianferrari Pini

 

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