Nel giardino delle meraviglie

Un convento benedettino trasformato nel trionfo del Rinascimento

Un giardino delle meraviglie dove fiorisce il momento più alto della cultura rinascimentale ed esempio insuperato di giardino all'italiana del XVI secolo, grazie al suo mirabile intreccio di componenti scenografiche e architettoniche: Villa d'Este, nata come residenza del cardinale Ippolito II d’Este, riflette nella sua magnificenza il raffinato milieu culturale del figlio di Lucrezia Borgia e Alfonso I d'Este e testimonia allo stesso tempo gli interessi antiquari dell'architetto napoletano Pirro Logorio che, per completare l'opera, non mancò di attingere alla vicina Villa Adriana.

Aria nuova, vita nuova

Quando nel 1560 il neo governatore della città di Tivoli si acquartierò nella sua nuova residenza, presso l'antico convento benedettino della chiesa di Santa Maria Maggiore, aveva evidentemente piani più ambiziosi: l'opera di rimodellamento del terreno in forma di anfiteatro, gli interventi idraulici necessari a convogliare l'acqua verso le scenografiche fontane – prima attraverso un acquedotto collegato a Monte Sant'Angelo e poi con un canale che pescava dall'Aniene – e l'opera di decorazione si protrassero complessivamente fino al 1572: a prendersene cura dopo la morte del cardinale furono i suoi successori e i duchi di Modena, prima che a seguirne le sorti fosse la casa d'Austria. I desideri di Ippolito II e gli interessi antiquari di Pirro Logorio avevano nel frattempo dato origine a una splendida villa, il cui orgoglio risiedeva soprattutto negli splendidi giochi d'acqua che, coi loro elaborati zampillii, spezzavano il silenzio degli ameni pendii circostanti. 

L’erba del vicino

Le pendenze del giardino, ispirato allo schema architettonico delle città romane, risultavano raccordate da un asse centrale, segnato dalla loggia del palazzo, e da cinque grandi assi trasversali sfocianti in una rete di percorsi diagonali progettata per facilitare il percorso verso la villa.  Tre vasche increspate dalla brezza, le peschiere, identificavano uno di questi assi trasversali, dando continuità a un discorso acquatico che, presso la fontana dell’Organo idraulico, opera di Claude Vénard, veniva a coinvolgere anche l’aria. Cuore dell’ensemble, la fontana dei Draghi fu secondo la leggenda costruita in una sola notte per omaggiare papa Gregorio XIII, ospite della villa nel 1572: anche qui, come nel caso della fontana della Civetta e degli Uccelli – dove si simulava il cinguettio di uccelli meccanici zittiti dal canto di una civetta – il virtuosismo progettuale trovava una declinazione sonora, grazie agli artifici idraulici che in origine dovevano riprodurre scoppi e crepitii ispirati agli archibugi bellici. Lucidi marmi e variegate sculture inneggianti alla classicità, sorgente di potenti scrosci nel sontuoso viale delle Cento fontane, agivano in sinergia con giochi di scala – come quello della fontana del Bicchierone, eseguita su disegno del Bernini – ninfee, esedre e loggiate affacciate sulle campagne tiburtine, per avvolgere nella più totale meraviglia gli spettatori di questo vero e proprio inno alla ricerca dell’effetto: specie quando, nel loro incedere tra maestose arcate, venivano intenzionalmente sorpresi da improvvise cascate.


Testo di Monica Sportello - Pubblicato il 21 agosto 2011

Crediti fotografici con licenza CC: Sylvie Boterdaele e Raja Patnaik

 

 

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