"Rappresenta un capolavoro del genio creativo umano" ed esibisce "un importante scambio di valori umani": questi i criteri con i quali l'Unesco ha iscritto, nel 1980, il Cenacolo di Leonardo da Vinci nella lista del Patrimonio mondiale dell’umanità. Del resto, per l'innovazione della tecnica e la felicità dell'intuizione artistica, l'Ultima cena è non solo il sito museale più visitato di Milano, ma una delle opere più importanti e rivoluzionarie di ogni tempo.
Leonardo, su incarico di Ludovico il Moro, si dedica al 'fermoimmagine' di uno dei passi evangelici più drammatici, quello nel quale Cristo annuncia con serafica commozione: "in verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà". La figura del Salvatore domina la scena allestita nel refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie, mentre gli apostoli, uniti in gruppi di tre, formano un movimentato quadro che circonda Gesù. La rappresentazione è attraversata da un chiaro fascio di luce, limpido e obliquo, che pervade la mensa e ritorna, dalle tre finestre alle spalle dei protagonisti, a illuminare i particolari del sacro desco, conferendo all’insieme quella brillante lucentezza che solo il restauro del 1999 ha finalmente restituito.
A proposito di restauri. La particolare tecnica adottata da Leonardo ne ha resi necessari parecchi: i primi guasti sono segnalati già nel 1518 – 21 anni dopo l’ultimazione dell’opera, iniziata nel 1494 – e sul finire del Cinquecento Paolo Moriggia parla di un dipinto “in gran parte perduto”. Sarà l’Ode per la morte di un capolavoro di Gabriele d’Annunzio a dare il la ai moderni interventi, punto d’arrivo di una secolare attenzione nei confronti dell’inafferrabile genio leonardesco.
Stando alle parole di Matteo Bandello, vescovo e novelliere del XVI secolo, Leonardo “dal nascente sole sino all’imbrunita sera soleva non levarsi mai il pennello di mano ma scordatosi il mangiare e il bere di continuo dipingere.” Eppure l’opera non è un affresco – tecnica che prevedeva una rapida stesura del colore sull’intonaco ancora fresco – ma rappresenta una concezione innovativa del dipingere, un metodo che consentiva a Leonardo di correggere e perfezionare il dipinto sull’intonaco già asciutto. È anche per tale, inedito procedere che l’opera si è da subito deteriorata, divenendo nel corso dei secoli una sorta di puzzle cui difettano tanti, troppi pezzi. Né la tecnica è l’unica tessera ‘avanguardistica’ del Cenacolo: la particolare illuminazione della scena si sposa con una prospettiva che al chiaroscuro abbina la lezione fiorentina, mentre anche i commensali tradiscono una navigata esperienza da parte di Leonardo in fatto di acustica. La concitazione degli apostoli, infatti, è più evidente verso il centro del tavolo e meno verso l’esterno, in fedeltà alla regola che “il più vicino meglio intende, il più lontano manco ode”. L’ennesima, icastica rivelazione di un talento insuperato.
Testo di Eros Desiato – Pubblicato il 12 agosto 2011
Crediti fotografici con licenza CC: Latinboy
"L’Ardea roteò nel cielo di Cristo, sul prato dei miracoli"
La corte rinascimentale di Pio II, celebrazione della città ideale
Meraviglie e manifestazioni della costa ligure di Levante
L'Elba vista attraverso i colori di Paul Klee e di De Chirico