Grandiose prospettive

Il centro ideale di una moderna capitale in gara con Versailles

Tra le ultime manifestazioni apologetiche della monarchia borbonica, voluta da Carlo di Borbone per rivaleggiare con Versailles e il Palazzo Reale di Madrid, la Reggia di Caserta progettata da Luigi Vanvitelli toglie il fiato per la sublime sintesi tra magnificenza e contesto naturale, raccordati dal grandioso parco plasmato da scenografie d'acqua e di verde: su queste visioni prospettiche s'inserì più tardi la forma materiale dell'Illuminismo e da qui Garibaldi, dopo il plebiscito, rimise il supremo potere nelle mani di Vittorio Emanuele II.

Maestosi scenari di corte

"Rimanga questo palazzo, questa soglia e la progenie dei Borbone, finché questa pietra per propria forza ritorni in cielo": il distico, in latino nell'iscrizione lapidea, sigilla il progetto della Reggia, che assistette nel 1752 alla posa della prima pietra, in linea con la volontà di riorganizzare il Regno di Napoli dotandolo di una sede più sicura rispetto a quella partenopea, minacciata dalla flotta inglese. L'ingegno di Luigi Vanvitelli operò sino al 1774, quando la palla passò al figlio Carlo, che si spese in particolare nella decorazione degli appartamenti reali, producendosi in un raffinato intreccio di suggestioni rococò e classicheggianti, su cui più tardi avrebbe avuto la meglio lo stile Impero, protagonista in particolare delle sale di rappresentanza eseguite ai tempi di Giocchino Murat. Bastano alcuni numeri per giudicare il possente respiro insufflato nell'impianto della reggia, in assoluto tra le più belle d'Italia: 143 finestre ricavate nella facciata principale, 1.200 stanze interne e 34 scale, tra cui il maestoso scalone d'Onore ai cui lati i musici accoglievano re e convitati in occasione dei ricevimenti. Costruita in laterizio e travertino con uno scialaquio di decorazioni marmoree, la residenza presenta quattro cortili angolari e un basamento bugnato sormontato da losanghe e semicolonne di ordine gigante, culminanti nell'attico con balaustra: la attraversa una galleria a tre navate, di cui la centrale riservata alle carrozze e allineata allo stradone proveniente da Napoli, così da produrre un mirabile cannocchiale ottico attraverso il parco fino alla Grande cascata posta sul fondo.

L’acquedotto vanvitelliano e la Real colonia

Trionfo naturale ispirato ai miti delle acque e alle Metamorfosi di Ovidio, il susseguirsi di effetti scenografici del parco, dialogante con fitti boschi di lecci, si dispiega monumentale e cristallino tra la Peschiera grande, sede delle reali esercitazioni nella pesca e nelle battaglie navali, la cascata dei Delfini, dove confluivano le acque dell'immensa fontana di Eolo dopo essere state inghiottite dal prato, e una collezione di rapide e balaustre adorne di statue, fino al salto di 78 metri prodotto dalla Grande cascata: la scortano due gradinate fino alla grotta da cui sgorgavano le acque dell'Acquedotto carolino, panoramica postazione puntata sulla Reggia, sul parco, sulla pianura campana e sui Campi Flegrei via via fino a Ischia. La visuale dominata dalla Reggia si nutre anche degli accenti medievali di Casertavecchia, con la sua Cattedrale romanica, abbracciando inoltre il bosco di San Silvestro, coperto di vigne e frutteti nel 1774, quando Ferdinando IV decise di trasformarlo in una riserva di caccia. Senza tralasciare la collina di San Leucio, sede di una colonia per la produzione della seta di stampo protosocialista, sorta attorno al Palazzo del Belvedere: nonché, negli intenti dell'architetto Collecini, di una città battezzata Ferdinandopolis, progetto vanificato all'occupazione francese.

Testo di Monica Sportello - Pubblicato l’8 settembre 2011

Crediti fotografici con licenza CC: Cassinam, Stanley-goodspeed, Twice25, Rinina25

 

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