Nella tana dell'orso

Appunti sparsi per l’esplorazione dell’oasi simbolo d’Italia 

Uno splendido isolamento: così si potrebbe sintetizzare l’anima del Parco nazionale d’Abruzzo Lazio e Molise, vero e proprio simbolo dell’ambientalismo italiano, istituito nel 1921 per tutelare la biodiversità protetta dall’inaccessibilità dell’Alto Sangro. Esteso su un territorio montano e pastorale solcato dai principali rilievi dell’Appennino centrale, terra di transumanza e antichi mestieri, il parco è uno scrigno di specie endemiche che cambia volto ad ogni stagione, invitando alla visita in ogni momento dell’anno, grazie alle sue temperature non troppo rigide. La primavera, brulicante palcoscenico di colorate fioriture, disegna in assoluto alcuni degli scenari più belli, richiamando un po’ alla volta fuori dalle tane i cuccioli d’orso nati nei primi mesi dell’anno.

Orso seduto

È proprio il famoso orso bruno marsicano – geneticamente distinto dall’orso delle Alpi – il vero testimonial del parco, che si sviluppa per circa tre quarti in territorio abruzzese – in provincia dell’Aquila – e per la restante quota in terra laziale e molisana, rispettivamente in provincia di Frosinone e Isernia. Il ruglio dell’orso non è il solo tra i richiami che fendono l’aria pura del parco, come ben sanno i partecipanti alle sessioni di wolf howling organizzate tra i mesi di novembre e dicembre, quando si inseguono insieme i latrati del canis lupus, il principale predatore dell’Appennino: un’idea insolita per trascorrere un Capodanno lontano da traffico e clamori. A farsi sentire sono anche i bramiti del camoscio d’Abruzzo e i richiami dei rapaci che, maestosi, solcano doline, inghiottitoi, sorgenti e giogaie, spettatori di una visione selvaggia che custodisce nei suoi più impervi anfratti presenze particolarmente elusive, come quella della Linx linx, la lince europea, il più solitario dei grandi mammiferi per tutelare i quali fu inaugurato il parco a partire dal territorio della Camosciara.

Istantanee selvagge

Mille sono i modi per percorrere il parco e centinaia gli itinerari ecoturistici previsti, estesi su una lunghezza complessiva di oltre 250 chilometri. L’importante è non dimenticare il binocolo e disporre della prontezza necessaria per trasformare in visione, all’occorrenza, la percezione di un frusciare furtivo: l’ideale è incamminarsi a piedi, ma piacevoli alternative sono anche le passeggiate a cavallo o a dorso di mulo, senza tralasciare l’eventualità di effettuare giri panoramici in pullman o in auto. Una forma singolare di avvistamento è quella associata alla fotografia naturalistica, approfondita nel corso di appositi seminari dedicati ai professionisti o ai semplici appassionati. Per mettersi in contatto con animali difficilmente osservabili in libertà sono a disposizione diverse aree faunistiche, zone recintate dove gli animali vivono in stato di semilibertà generalmente nei pressi dei centri visita. Quando cala le neve, alle gite in bicicletta e canoa si affiancano escursioni sugli sci da fondo e bianche ciaspolate con pernottamento in rifugio.


Testo di Federico Attombri – Pubblicato il 30 dicembre 2011

Immagini in CC: Antonio 'AB Dreams', emilius da atlantide, Fabio Pierboni, Giuseppe Quattrone, LostBob, Mauro Orlando, pianetatschai

 

 

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