A caccia di anguille

Antiche storie di pesca fra gli scenari del delta del Po

Una nera linea d’alberi affiora tremula all’orizzonte, dietro scaglie di sole che galleggiano nell’alba liquida. Un battere d’ali rallentato sembra incapace di sostenere l’airone che spicca il volo. Plana laggiù, tra le canne alte, frontiera di piani d’acqua che raccontano il mutevole carattere del fiume.

Mago pescatore di frodo

È una storia affascinante quella del delta del Po, dove l’uomo ha strappato la terra all’acqua in una lotta secolare. “Guadagnando qualcosa e perdendo qualcos’altro”, dice Mago, un vecchio pescatore d’anguille che da un’intera vita percorre queste acque con la sua battana – la barca delle valli, un guscio dalle sponde basse, molto instabile – con lo sguardo fisso alla distesa di terre nere del Mezzano, dove mezzo secolo fa era uno specchio d’acque immote che ribollivano di anguille: “Le pescavamo con le mani, nell’acqua bassa, con le reti, con le fiocine, con le lenze, a cui annodavamo un amo dietro l’altro”. Mago lavorava in proprio, inseguendo i bisàt in acque libere, di nascosto dai guardiani e per la pesca di frodo usava il vulicepio, imbarcazione stretta, filante e veloce, l’ideale per sfuggire alle guardie e correr dietro alle anguille. Il barcaiolo sta in piedi a poppa come un gondoliere e spinge la barca puntando sul fondo una pertica biforcuta. Più che di forza è una questione d’equilibrio, una sfida che si gioca dove l'acqua non è più fonda di 30-40 centimetri.

Valli e vallicoltura

I lavorieri erano della società che deteneva i diritti di pesca e i vallanti, dipendenti della società, erano servi della gleba. La vallicoltura si imperniava sui casoni, stazioni utilizzate come alloggio dai vallanti nelle lunghe campagne di pesca. Esisteva poi un secondo tipo di casoni, quelli di vigilanza contro la pesca di frodo. Costruiti fin dai tempi più remoti in canna e paglia, molti casoni furono rifatti in muratura nel Settecento. La stazione da pesca era completata da una tabarra e da una cavanna: la prima è una stanza annessa al casone o un edificio isolato in cui si costruivano, riparavano e custodivano gli attrezzi e i manufatti per la pesca; la seconda è un ricovero per le barche. Il mondo delle valli comincia con le anse di Ostellato, l’ultima falce d’acqua del Mezzano, scampate alla bonifica e oggi racchiuse in una lingua di terra distesa tra il canale Navigabile e il canale Circondariale. La zona umida è composta da quattro valli: San Camillo, isolata a ovest, Fosse, Fornace e San Zagno, vicine ma inframmezzate da bacini adibiti ad acquacoltura dov’è situata una garzaia. Paludi d’acqua dolce hanno preso il posto delle valli salse la cui vegetazione era dominata dalla salicornia. Aironi e garzette affollano i dossi emersi: dove un tempo si pescavano le anguille e si raccoglieva il sale oggi si posano stormi di germani.


Testo di Enrico Fumagalli - Pubblicato il 30 luglio 2010

 

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