Colpo di fulmine

Sospirando parole d'amore nel più romantico tratto di costa ligure

Se da La Spezia – porto deputato da Cavour ad arsenale fin dal 1857 – si risale verso Levanto, il breve tratto di riviera ligure fra Riomaggiore e Monterosso ha nome Cinque Terre. E sono cinque, infatti, i borghi rustici che vi si incontrano, tre a livello del mare, Riomaggiore, Vernazza e Monterosso, e due arroccati sulle rocce, Manarola e Corniglia. Più in alto, i cinque piccoli santuari sorti in prossimità degli antichi insediamenti rurali. Pochi chilometri di costa, ma di singolare e struggente bellezza.

Le terre della bellezza

Natura pressoché incontaminata, grazie al fatto che non ci sono strade carrabili. In auto si raggiungono solo le due estremità. Tra loro si va col treno oppure a piedi. Celebre è la Via dell’amore, scavata nella roccia a strapiombo sul mare, che collega Riomaggiore a Manarola. La fecero decenni or sono gli abitanti del luogo, di loro iniziativa e senza remunerazioni. Iniziano qui anche le incredibili terrazze coltivate a vigne che danno un pregiato bianco locale: il Cinque Terre doc, vino di grande piacevolezza dal sapore delicato e persistente.
Le varietà di uve più diffuse sono bosco, albarola e vermentino. Qui si pratica una vitivinicoltura ardimentosa, che non è esagerato definire eroica. La Liguria è una striscia di terra stretta fra la montagna e il mare, con i vigneti che sembra lambiscano le onde. E nella zona delle Cinque Terre c’è anche un bellissimo parco nazionale sotto la cui tutela si trova tutto il territorio, esclusi i centri urbani. Inerpicarsi su, oltre le vigne tra i boschi, è un’esperienza unica. Ben lo sapeva Telemaco Signorini, pittore macchiaiolo, che qui soggiornò e lavorò, riportandone suggestioni indelebili puntualmente rese nei suoi quadri.

Abbandonarsi alle suggestioni letterarie

Ma le Cinque Terre si vedono meglio dal mare. In estate ci sono traghetti giornalieri da Levanto e da Portovenere. Sono terre, quelle fra la Magra e Levanto, che hanno affascinato irresistibilmente poeti, scrittori, artisti. Citare Percy Shelley è d’obbligo. Giovanni Boccaccio, nel Decamerone, racconta che Ghino di Tacco avesse buon cuore, tant’è che col vino di Corniglia addirittura curò un abate da lui stesso rapito. Delle Cinque Terre, dei suoi paesaggi e dei suoi vini, parlano tra gli altri Francesco Petrarca, Franco Sacchetti, Francesco Redi, Giosue Carducci e Gabriele d'Annunzio.
E a Manarola ha ambientato un suo romanzo Stelvio Mestrovich, con una storia che si tinge di giallo, pur negli azzurri splendidi di cielo e di mare, e i bianchi e i rosa delle case, i rossi accesi dei tramonti. E, proprio al tramonto, è incantevole prendere un bicchiere di vin bianco fresco nei piccoli caffè dei vicoli. Alcuni hanno scorci curiosi di panni sciorinati, un rigo blu, un celeste pallido, un geranio sul davanzale.
Se dunque per Enrico IV Parigi valeva bene una messa, le Cinque Terre valgono sicuramente una rapida gita o un lungo soggiorno. Specialmente per chi ha il cuore in tumulto per un nuovo amore o vuole rinverdire quello “permanente effettivo”.


Testo di Emiliana Lucchesi – Pubblicato il 18 febbraio 2010

 

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