I piatti degli imperatori

La cultura culinaria caprese risale ai tempi degli antichi Romani

C'è chi sostiene che il nome Capri derivi dal fenicio e significhi “isola delle due città”. Altri citano l’osco, antica lingua italica, per “l’isola delle capre”. Non manca chi dal greco la traduce come “isola dei cinghiali”. Ma a Capri di cinghiali non c’è nemmeno l’ombra, e la capra ha tutta l’aria di un turista.

Limoni e pomodoro in tutte le salse

In compenso ci sono due comuni, Capri e Anacapri, coi sindaci spesso in lotta come si conviene nell’Italia dei mille campanili; con le dimore storiche, come villa Malaparte, capolavoro del Razionalismo; con alberghi di lusso e ristoranti nuovi e antichi che si ritrovano di anno in anno spesso con gli stessi menu, come vecchi amici di cui conosci già ogni ruga e ogni tic.

L’isola vanta però una densa cultura gastronomica che risale ai Romani che vi hanno alloggiato, come l’imperatore Tiberio, completamente vegetariano, o Plinio, che amava farsi preparare gustosi piatti tra cui la porchiarella, carne tenera tagliata a cubetti e saltata in padella. I tradizionali sughi per condire la pasta, tutti a base di pomodoro, vanno dalla chiummenzana (dal nome del grappolo dei pomodori appesi sul terrazzo), alla aumm aumm (aggiunta di capperi, olive, acciughe) sino alla saporita sciuè sciuè (con aglio, olio e peperoncino).Trasformato con estro, il femminiello, grosso e rugoso limone prodotto-simbolo dell’isola, riempie di colore il paesaggio e, come accade per tanti prodotti tipici, incarna la storia della cucina povera, del riciclo, dove non si getta nulla. Una volta estratto il succo, infatti, le bucce si mettono a macerare per un giorno nell’alcol con acqua e zucchero, per dare tutto il loro aroma al limoncello, liquore dalla tipica fragranza.


Testo di Carlo Galimberti – Pubblicato il 18 febbraio 2010

 

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