Un quadrato giallo con un triangolo rosso in cima: sui tavolini bassi di ogni scuola per l’infanzia d’Italia la prima opera di artisti in erba è quasi sempre la stessa. “Casa”, la chiamano orgogliosi. Esiste poi un luogo in cui le case quadrate con le finestre a rettangolo continuano a essere disegnate anche quando i bambini crescono. Tutt’al più diventano due, tre, dieci. Tutt’al più ci spunta a fianco un campanile storto o una barchetta con un gatto addormentato a prua.
E non si tratta del paese dei Bambini Senza Fantasia, ma della perfettamente reale e raggiungibile isola di Burano, nove chilometri a nord di Venezia in linea d’acqua e almeno mille in tutti gli altri sensi. Non che a Burano il tempo giri a rovescio, o che non esistano Internet, Playstation, cellulari e tutto quanto contraddistingue la modernità: anzi, gli abitanti dell’isola – non “buranesi”, come ci si aspetterebbe, ma “buranelli” – troverebbero molto offensivo l’essere considerati alla stregua di curiosità antropologica. Semplicemente, Burano è un’isola assai più isolata della vicina Murano e assai più popolata della vicinissima Torcello, e come tale ha sviluppato nei secoli un carattere suo proprio che poco ha a che vedere con altri. Quando, attorno all’anno Mille, Torcello era una vera città, Burano ne era un vicus, una borgata periferica, ma mezzo secolo dopo già godeva una meritata rivincita: mentre le isole tutt’attorno rovinavano e sparivano sotto gli effetti dell’impaludamento provocato dai fiumi, Burano, spazzata dai venti di bora cui deve il proprio nome originario, Boreana, resisteva e prosperava.
Allora il mestiere più diffuso sull’isola, per non dire l’unico, era quello del pescatore. E poiché gli uomini passavano sulle barche gran parte del tempo, e più erano lontani più sentivano la nostalgia di casa, cominciarono a dipingere le abitazioni a tinte vivaci e ben contrastate, una rossa vicina a una blu, viola contro arancio, così da essere sicuri di distinguere la propria a colpo sicuro. E, con la casa, la famiglia, la moglie impegnata a stendere i panni, i figli concentrati nel gioco, la sorella nubile intenta a cucire il corredo sotto lo sguardo della vecchia madre... Oggi non è cambiato molto: i buranelli che restano sull’isola sono ancora pescatori, quando non lavorano in una delle vetrerie di Murano, e le loro case sembrano ancora uscite dalla scatola dei giochi di qualche bambino, lasciate cadere come cubetti colorati da una mano fantasiosa e svagata. Certo ci sono meno mogli che stendono i panni, anche se fili e fili di biancheria appesa ad asciugare sono una presenza costante di qualsiasi scorcio buranese, e le sorelle nubili investono altrimenti il proprio tempo, ma a guardare le case dall’acqua l’atmosfera rimane invariata. Perché per ogni buranello il pezzetto di selciato davanti alla porta di casa non è altro che un prolungamento del proprio soggiorno, nel quale si socializza, si parla ed eventualmente si lavora.
Testo di Chiara Chinellato Norbedo – Pubblicato il 22 aprile 2010
Da antico borgo di pescatori a capitale mondiale del merletto
Echi di preghiere sussurrate tra le calli segrete della laguna
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