Città anadiomene, la chiamava Gabriele d’Annunzio: come Venere, la dea della bellezza, Venezia, nell’immaginario del Vate, sorge dalle acque del mare, città “dalle braccia di marmo e dalle mille cinture verdi”, aggiunge.
Vestita dei suoi giardini e risplendente dei suoi bianchi palazzi, pare quasi una delle innumerevoli amanti a cui il poeta non mancava mai di attribuire un soprannome, trasfigurandole e plasmando loro una nuova identità nell’arte. Che d’Annunzio amasse profondamente Venezia è innegabile, se solo si pensa al fatto che ebbe ben tre case nella città lagunare – tra cui la più nota Casetta Rossa sul Canal Grande –; che domandò e ottenne la cittadinanza veneziana, abitando a palazzo Barbarigo della Terrazza, nei pressi di San Tomà, prima di ritirarsi sul lago di Garda. A differenza di Thomas Mann o di Marinetti e dei Futuristi, la Serenissima per il Vate non era affatto città di morte, bensì di vita: non poteva non essere che la culla dell’arte, della cultura, della storia, ma soprattutto il simbolo della latinità, della potenza, del dominio sull’Adriatico. L’occhio di d’Annunzio percorre artisticamente e indaga calli, campielli, chiese e palazzi alla ricerca del dettaglio, delle impressioni che compongono la materia, quella reale e quella impalpabile, metafisica, di questa città unica al mondo.
Prendendo spunto dagli itinerari pensati e realizzati dal progetto culturale Archiviodannunzio.it (www.archiviodannunzio.it), è possibile così avventurarsi, a piedi o in gondola, sulle tracce del Vate e delle sue parole, alla scoperta di dettagli, miti, leggende. Tra i vari percorsi possibili il più coinvolgente è senza dubbio l’itinerario dedicato alle Muse del Vate, un tragitto che si affaccia sulle dimore delle più famose amanti del poeta pescarese. Prima fra tutte, la Divina Eleonora Duse, celebre passione dannunziana, conosciuta proprio a Venezia grazie a un amico comune, quell’Angelo Conti, tra i più insigni pensatori italiani di fine ’800 che tanto influenzò d’Annunzio. Da palazzo Barbarigo, a fianco a Ca’ Dario, dove la Duse abitava all’ultimo piano, si raggiunge palazzo Venier dei Leoni, noto come il palazzo non finito, iniziato nel 1748. Oggi sede del museo Guggenheim, un tempo era proprietà della stravagante marchesa Luisa Casati, uno dei personaggi più eccentrici del tardo ’800 – tra le altre cose, si racconta che andasse a passeggio con un leopardo al guinzaglio – con la quale d’Annunzio ebbe una liaison all’insegna della trasgressione e dell’originalità, oltre che uno scambio epistolare.
Si prosegue verso campo San Vidal, dove a due passi sorge il palazzo Giustinian Lolin, che ospita, oggi, la fondazione Ugo e Olga Levi. Qui il Vate incontrò Olga Brunner, musicista e moglie dell’ultimo rampollo della ricca famiglia Levi, Ugo. Durante il periodo della Prima guerra mondiale, infatti, tra i ritrovi preferiti delle persone più in vista della città c’era il salotto dei Levi, dove non era raro assistere a concerti e incontri culturali. Vidalita, come il Vate aveva soprannominato Olga, gli donò prima che partisse per l’impresa di Fiume, nel 1919, una bandiera italiana che avrebbe dovuto sventolare sulla città liberata e che d’Annunzio conservò: è stata proprio quella bandiera che ha avvolto il feretro del Vate.
La passione per Olga si estingue nel 1919, quando prende il suo posto nel cuore del poeta Luisa Baccara, l’ultima grande consorte. Pianista dall’eccezionale talento, abitò per un periodo a palazzo Pisani, il Conservatorio di musica Benedetto Marcello, in campo Santo Stefano.
Testo di Francesca Perotto – Pubblicato il 18 febbraio 2010
Crediti fotografici: Archivio Netlife – Venezia
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