La città devota

Echi di preghiere sussurrate tra le calli segrete della laguna

Venezia. Di volta in volta patria di tutti e di nessuno, abitata da veneziani e da genti venute dalla Germania, dalle coste slave, dalla Grecia, dalla Turchia, la Serenissima è sempre stata il più classico tra i crocevia, sede privilegiata di un melting pot ante litteram tra i cui frutti possiamo annoverare le diverse religioni che qui hanno trovato modo di attecchire e lasciare le proprie testimonianze. Culturali, certo, ma in qualche caso anche architettoniche. Ogni qualvolta una nuova microcomunità andava a insediarsi in un qualche angolo cittadino, portando con sé le proprie tradizioni, dava forma non solo a nuovi culti, che coesistevano con quello ufficiale cattolico, ma anche agli edifici che a quei culti erano deputati.

Il Ghetto ebraico

L’esempio più eclatante di questa sorta di “separazione integrata” è quello del Ghetto ebraico: per volere del Maggior Consiglio della Repubblica, nel 1516, per motivi economici e religiosi la comunità ebraica presente a Venezia venne confinata in una determinata zona del sestiere di Cannaregio, l’area del Ghetto Nuovo, facilmente controllabile grazie ai due soli ponti di collegamento. Il termine, pare, derivi dal dialettale “getto” (che significa colata di metallo), che identificava le fonderie di cannoni che sorgevano nella zona. A questo primo insediamento nel Ghetto Nuovo, si aggiunse in seguito l’occupazione dell’area del Ghetto Vecchio e quindi fu creato il Ghetto Nuovissimo: nel loro complesso formano oggi una piccola città nella città, di indubbio fascino. La prima cosa che colpisce negli edifici del Ghetto è la loro altezza: si tratta infatti di case-torri, più alte rispetto alle normali costruzioni veneziane, addossate le une alle altre in un unico insieme aperto solo in corrispondenza dei due ingressi, chiusi durante la notte. Oltre alle abitazioni, il quartiere comprendeva naturalmente anche i luoghi di culto, ovvero le sinagoghe, qui chiamate di preferenza Scuole, o Scole.

La Congregazione armena mechitarista

Diversa e ancora più antica la storia della presenza armena a Venezia: risale infatti alla prima metà del XIII secolo l’atto di donazione, da parte di Marco Ziani, nipote del doge Ziani, che assegnava alla comunità armena un terreno per costruire una chiesa, quella che divenne Santa Croce degli Armeni, e una propria casa che potesse fungere da punto di accoglienza per i connazionali presenti in città, all’epoca prevalentemente mercanti. Nel 1715, poi, giunsero in laguna alcuni monaci armeni, guidati da Manug di Pietro detto Mechitar, e si insediarono nella piccola isola di San Lazzaro. Qui diedero inizio a una serie di interventi di ampliamento e nuove costruzioni, i cui esiti si possono ancora oggi ammirare nel grande e bellissimo monastero che occupa quasi per intero l’isolotto. Oltre al monastero di San Lazzaro, appartiene all’ordine dei padri armeni mechitaristi di Venezia anche il superbo palazzo Zenobio, affacciato sul rio dei Carmini e uno dei più grandi edifici della città.

Chiesa Evangelica Valdese e Chiesa Anglicana

Si trova invece a Palazzo Cavagnis, in campo Santa Maria Formosa, la sede della Chiesa Evangelica Valdese, la cui presenza stabile, dopo circa tre secoli dalla nascita della Riforma, data dall’annessione del Veneto al Regno d’Italia, nel 1848. Storia travagliata ebbe anche la Chiesa Anglicana che, scacciata dal Fondaco dei Tedeschi nel 1806, ottenne sei anni dopo l’assegnamento della Scuola dell’Angelo custode di campo Santi Apostoli quale propria sede. La nuova chiesa venne inaugurata nel 1812, ma fu soltanto nel 1898 che la chiesa Anglicana venne ufficialmente fondata a Venezia in un edificio di campo San Vio, destinato a diventare la chiesa di San Giorgio, o Saint George.


Testo di Virginia Stefani – Pubblicato il 18 febbraio 2010

Crediti fotografici: Archivio fotografico APT della Provincia di Venezia, Collegio Armeno Moorat Raphael, Museo Ebraico di Venezia

 

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