Città d’acque

A passeggio per vie e piazze del capoluogo della Marca

Dai tempi dell’antica Tarvisium romana, i cui resti ancora occhieggiano tra le costruzioni del centro, alle signorie del Medioevo, alla sudditanza dovuta a Venezia per quasi quattro secoli, sino ai bombardamenti subiti durante le due Guerre, Treviso ha mantenuto un’anima propria, fiera ma non spavalda, fedele e paziente nell’avanzare, recuperare e ricostruire, anima che l’ha condotta a divenire oggi sinonimo internazionale del vivere bene.

Marca gioiosa et amorosa: la storia di Treviso

Molto, certo, la città lo deve alla propria felice posizione nel cuore di quella che non a caso è conosciuta come la marca gioiosa et amorosa: ricche di corsi d’acqua, tra pianure, colline e fertili terreni, Treviso e la provincia intera hanno sempre sparso con serena abbondanza le proprie ricchezze. Basti pensare a come Venezia, dal XVI secolo in poi, abbia assunto la città a propria “dispensa” personale. Quotidianamente potevano allora vedersi le solide imbarcazioni, i burci, percorrere il placido corso del Sile trascinate da buoi che procedevano lungo camminamenti scavati lungo le rive, le restère, per giungere fino a Venezia con il proprio prezioso carico di ortaggi dalle campagne ed uve dalle colline, in un continuo andirivieni che si è perpetuato sino a non molti anni addietro.

Una tappa nelle osterie, “tiepidi ed armoniosi apogei”

Oggi Treviso, prima ancora che prodotti tipici, operosità, sport di gran nome e aziende celebri in tutto il mondo, è città a misura d’uomo quant’altre mai, nella quale spesso si fa labile il confine tra la propria privata abitazione e il grande salotto che è la piazza. Per quanto attiva possa essere la vita quotidiana, e frenetici i ritmi di lavoro, Treviso non rinuncia a un’anima conviviale, assumendo a sera la forma sonora di un unico grande chiacchiericcio.
Si chiacchiera, anzi, si ciàcola indifferentemente seduti davanti a un gelato o in piazza dei Signori ai piedi del palazzo del Podestà, nell’antichissima Calmaggiore o nella vicina piazza San Vito, in cui coesistono curiosamente numerose epoche architettoniche, o in piazza Duomo, sulla scalinata dell’annesso battistero di San Giovanni. E si ciacola soprattutto davanti a un calice di vino: benché le boutique che si contendono gli spazi espositivi tra i portici e le piccole calli siano sempre più numerose, si trovano comunque a dividere le attenzioni dei passanti con le osterie, che all’imbrunire divengono mete prefissate di una sorta di profana processione che proceda di stazione in stazione. Un bicchiere di vino lì, la famosa ombra, uno stuzzichino qua, l’osteria è soprattutto occasione di incontro, di scambio, il luogo in cui tutto il resto si ferma e la parola prende il sopravvento.

A spasso per la città tra fiumi, ponti e fontane

La vita pulsa in ogni angolo, ma è una vita che sa coniugare il frizzante con il placido: merito anche dello scorrere lento dei molti corsi d’acqua che la attraversano. Il Sile innanzitutto, che lambisce le mura di cinta, e il Botteniga, le cui verdi acque si insinuano fin nel cuore del centro storico, dividendosi in più rami, i cagnani, alcuni dei quali muovono ancora le ruote di antichi mulini. Il principale di questi canali, chiamato semplicemente il Cagnan, va a formare nel cuore della Treviso più antica un vero e proprio isolotto, la pittoresca isola della Pescheria. Innumerevoli sono poi i ponti e numerose infine le fontane, un rinfrescante patrimonio cittadino che annovera tra le sue fila la curiosa fontana delle Tette in galleria della Strada Romana, donata nel 1560 alla città dal podestà Alvise da Ponte, e il cui originale è conservato nel museo della Casa trevigiana, in Ca’ da Noal.


Testo di Chiara Chinellato Norbedo – Pubblicato il 13 luglio 2010

 

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