Cavalli in campo

È il Palio l'appuntamento folcloristico più atteso del Belpaese

Nessuno può credere di assistere al Palio di Siena come semplice turista, o come osservatore di passaggio. La tradizione del Palio scava un solco profondo nella vita di Siena, ricongiungendo, per due volte l’anno, la sua quotidianità con la storia.

La storia della corsa

Si tratta, infatti, di un’usanza più che antica: pare che già in epoca etrusca fosse in voga l’uso di organizzare gare con cavalli e fantini. Fu soltanto nel Medioevo, però, che il Palio iniziò a diventare più simile a quello attuale. Alle corse inizialmente potevano partecipare i nobili e i notabili, sui propri cavalli da battaglia, lungo un percorso che andava da fuori le mura al Duomo e si snodava per le vie della città. Gradualmente il Palio assunse la forma che ha anche oggi (il moderno regolamento è del 1721) e si può definire la più autentica e sentita manifestazione storico-folcloristica del nostro Paese, mai interrotta nel corso dei secoli, se si eccettua il periodo delle due guerre. Il 2 luglio (in onore della Madonna di Provenzano) e il 16 agosto (a celebrare l’Assunta), a turno dieci delle diciassette contrade senesi si affrontano in Piazza del Campo.

Vita da contradaiolo

Ognuna delle 17 contrade (questo il numero attuale, ma anticamente erano diverse decine) prende il nome da un animale, a parte tre. Non resta quindi che scegliere fra Aquila, Bruco, Chiocciola, Civetta, Drago, Giraffa, Istrice, Leocorno, Lupa, Nicchio, Oca, Onda, Pantera, Selva, Tartuca, Torre e Valdimontone.

Per i contradaioli non è una giornata facile quella della gara, a partire da quando la Torre del Mangia, alle otto, annuncia l’inizio di una giornata eccezionale: dovranno assistere a diverse cerimonie, dalla Messa del fantino alla “provaccia” (una sorta di finta prova, dal momento che nessuno farà correre davvero il suo cavallo poche ore prima del Palio), alla segnatura ufficiale dei fantini.
A correre, alle otto di sera, saranno le sette Contrade escluse la volta precedente, più tre estratte a sorte. Per quanto riguarda cavalli e fantini, anche l’abbinamento è frutto di un sorteggio svoltosi tre giorni prima, mediante una cerimonia chiamata “tratta”, con cui a ogni Contrada viene assegnato un cavallo. 

Il momento della gara

Infine eccoli lì, i fantini, figure minute, fasci di nervi avvolti i splendidi costumi colorati, sopra i loro cavalli frementi, pronti a scattare. A ogni falsa partenza l’impazienza di cavalli, cavalieri e spettatori si fonde in un’unica onda emotiva, che diventa via via sempre meno facile da contenere. Quando infine inizia la corsa vera e propria, è questione di un istante, o meglio, di circa novanta velocissimi secondi. È come se da una radio mal sintonizzata si alzasse improvvisamente il volume e l’entusiasmo non trovasse altro modo per esprimersi se non attraverso grida di incitamento. Tre giri in cui ci si gioca il tutto per tutto per arrivare primi al Palco dei Giudici a vincere il Palio, o meglio... il pallium, un drappo di seta dipinta, la cui realizzazione dal 1970 è affidata a celebri autori, da conservare nei secoli a venire.


Testo di Rosanna Terragni – Pubblicato il 18 febbraio 2010

 

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