Pompei proibita

Da cenere e lapilli spuntano inediti affreschi a tema erotico

I siti vesuviani – Pompei, Ercolano, Oplontis, Stabia e Boscoreale, ora riuniti in un solo circuito archeologico – sono stati sempre visti come città del piacere, in tutte le sue forme. Ricche, belle, licenziose, centro di commerci e luogo di villeggiatura per i Romani delle classi più elevate, vissero la loro opulenza fino alla fatidica eruzione del 79 d.C.

Amore ed erotismo al tempo dei Romani

Nell’immaginario collettivo per molto tempo si è pensato a questi come posti dove la libertà sessuale era sfrenata, e orge indicibili si consumavano dietro le pareti affrescate delle case più belle, mentre l’amore mercenario si trovava sempre con facilità nel lupanare (il bordello cittadino). Anche se le pene per adulterio e amoreggiamento sconsiderato erano durissime, ogni brava matrona trovava il modo di svagarsi un po’. Del resto, per la maggior parte si trattava di ragazzine date in matrimonio a uomini ben più vecchi di loro, che passavano dalla potestà del padre a quella del marito. Il quale spesso abusava del suo ruolo o non assolveva affatto i doveri coniugali. E l’amore? Per quello c’erano i poeti.

I ritrovamenti archeologici

Quello che imbarazzò maggiormente i primi archeologi (o meglio, le maestranze), però, fu il ritrovamento negli scavi delle varie città di ben 102 oggetti, “infami monumenti della gentilesca licenza”, che vennero chiusi nel museo più antico, quello Ercolanense situato a Portici.
Finirono nel Gabinetto degli oggetti osceni, aperto a "persone di matura età e conosciuta morale”. Ora i corredi erotici sono nel Gabinetto segreto del Museo archeologico nazionale di Napoli, esposti a tutti. Oltre ai soliti mosaici con performance bizzarre, si possono vedere falli di ogni tipo e dimensione, sonagli in bronzo con uomini che esibiscono attributi degni di Priapo e un bellissimo (da un punto di vista artistico, s’intende) gruppo marmoreo ritrovato nella Villa dei Papiri di Ercolano, con un Pan piuttosto libidinoso che si accoppia con una capra.
Le pitture e i graffiti dell’eros ritraggono un sesso a pagamento, venduto da schiave, liberte, straniere in lupanari, alberghi, locande, osterie, terme e anche nelle dimore dei più facoltosi. Quindi erano finalizzati allo stimolo del desiderio maschile. Alle donne restavano l’intrigo e il gusto del proibito.


Testo di Raffaella Piovan – Pubblicato il 18 febbraio 2010

 

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